Nomadizziamoci/Sal8 di Syusy

Coperte di crine di capra dell’Anatolia

Una mostra di “tessuto che pizzica”

una spiegazione

a metà tra qualcosa di scientifico ed empirico-ancestrale

La penisola anatolica è stata terra di passaggio di civiltà dalla comparsa dell’uomo. Il primo insediamento urbanistico catal hoyuk cay onu hacilar è del periodo neolitico. Insieme alla pastorizia e all’allevamento si sviluppò una cultura contadina, agricola, 8550 anni prima di Cristo.

La nascita del telaio, ad esempio, si deve proprio all’allevamento di pecore, capre ed altri animali che fornivano lana e sostituivano gli indumenti di pelliccia derivante da animali selvaggi usati per coprirsi fino ad allora.

Inoltre la nascita dei primi sacchi per le granaglie, di bisacce per cavalli ed ornamenti per gli stessi, di coperte, fino ad arrivare ad embrionali forme di culle per bambini, testimoniano quindi la prima forma di produzione tessile dell’umanità. Per lungo tempo si succede poi un epoca “buia” 5500-2500 a.C., in cui si ferma l’evoluzione culturale, soprattutto per lo splendore in quei secoli raggiunto dalla vicina Mesopotamia.

Successivamente avviene l’emigrazione degli atti, cultura pro ittita che riesce a unificare e governare tutta la penisola anatolica. Anche la città di Troia cantata da Omero, situata a nord ovest dell’Anatolia sul mar Egeo, punto cruciale per il commercio con Babilonia, diventa un ponte tra civiltà anatolica, mesopotamica e medio orientale.

L’Anatolia quindi è stata teatro di passaggio di culture (troiana, frigia, urartu, ittita, micenea, ellenica, romana, bizantina, turca) che portando con sè ognuna il suo patrimonio genetico di usi, costumi e religioni, hanno generato un potenziale incredibilmente vario.

Attraverso la civiltà nomade la antica arte tessile, nata in quei tempi, si è tramandata sino ai giorni nostri. La naturale conformazione montagnosa dell’Anatolia, rendeva il nomadismo esigenza quotidiana per le popolazioni che vi abitavano. In Italia, è da dire che con l’avvento della globalizzazione, dopo alcuni decenni dalla fine del secondo conflitto mondiale, si è sostanzialmente persa la manifattura artigianale tessile derivante da telai (Lucania, Puglia, Sicilia). Lo stesso sta avvenendo oggi in Anatolia.

Questa mostra nasce come un tentativo di difendere ciò che ancora resta della produzione tessile derivante da telaio in Anatolia; si vuole impedire che un’arte, tramandata tramite i nomadi, finisca e alla cui fine contribuisce la corsa verso le grandi città che ha svuotato intere zone rurali della Turchia (Istanbul negli anni ’70 contava un milione di abitanti, oggi 20 milioni).

I tessuti presenti in mostra sono fatti di crine di capra, un animale che non patisce tumori, la cui comparsa in Anatolia è datata più di 10.000 anni fa e la cui produzione è rara (di solito il 95% della realizzazione tessile è di lana).

Aggiungiamo un particolare: durante la transumanza questi tessuti di crine si rivelavano una protezione efficace contro scorpioni e serpenti. I nomadi (in turco yoruk -quello che cammina- verbo yorumek “camminare”) l’attribuivano a motivi sciamanici, in realtà forse era a causa del fastidio che provoca al contatto. “un tessuto che punge”.

Syusy Blady e Aykan Begendi

Dal 21 al 24 giugno, in occasione del Nomad Dance Fest on Tour – Fiesta Nomadas, al Sal8 di Syusy, via Santo Stefano 13 (Piazza delle Sette Chiese)

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