Eventi!/Nomadizziamoci/Sal8 di Syusy

Nomadizziamoci ad ArteFiera!

L’immaginario iconografico nomade tra contemporaneità e tradizione

Azione urbana di Syusy Blady e Aykan Begendi con i video e la pista ciclabile rimovibile di Raul Gabriel (installazione site specific in piazza S.Stefano)

In collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Bologna.

  • Montaggio della yurta in Piazza Santo Stefano (Dicembre 2009)
  • Nomadic Talk (ArteFiera pad. 18, Venerdì 29 gennaio, ore 17)

Incontro “nomade” con Syusy Blady e Aykan Begendi, il filosofo Stefano Bonaga e l’artista Raul Gabriel. I nomadismi dei popoli, dei pensieri, dei concetti, delle immagini e le loro contaminazioni fino agli urban nomads a partire dai molteplici significati della yurta di Syusy Blady e Aykan Begendi.

  • Art White Night (Notte Bianca) (Piazza Santo Stefano, Sabato 30 gennaio, ore 21)

Performance di azione urbana: Fotostoria simbolica dell’immaginario iconografico nomade proiettata sulle facciate dei palazzi di Piazza Santo Stefano. A cura dell’artista Umberto Saraceni in collaborazione con Raul Gabriel, Aykan Begendi e Syusy Blady.

  • Urbarchaic. Mostra di Raul Gabriel (a cura di Aykan Begendi e Syusy Blady) – Sal8 di Syusy e Nipple2 Art Gallery, P.za Santo Stefano 13, tutti i giorni dal 28 al 31 gennaio, ore 19/22

Rilettura di un artista contemporaneo dell’iconografia simbolica nomade in un itinerario di opere tradizionali e moderne che intersecano i segni della tradizione con le simbologie urbane contemporanee. Il percorso espositivo si snoda tra opere grafiche e video attraverso cui l’immaginario segnico tradizionale si scompone e ricompone in un dialogo con quello urbano contemporaneo.

Le forme rivelano il senso profondo e lo spiegano, 

poiché non tutti colgono il senso né vedono la bellezza davanti ai propri occhi.
La forma vede la forma e l’anima vede l’anima.
È dunque necessario rivestire di una forma il senso
affinché quelli che conoscono solo la forma scoprano l’esistenza del senso e credano un poco in tal senso.

di Aykan Begendi
Nipple2 Art Gallery

Yurta racconto e astrazione

di Raul Gabriel

Il dialogo è tra l’oggetto con il suo carico di significati, etimologie,simbologie, storia e la sua possibilità di essere astratto con una operazione concettuale ma anche pragmatica dal contesto per essere trasformato in metafora o pensiero trasferibile, “nomadizzabile”, anche attraverso un processo di mutazione,trasformazione che ne modifica parte delle strutture. Quindi come la realtà puo diventare teatro se ha una sua forza, attraverso l’alchimia della estrazione del fulcro dalla sua funzionalità.
Il caso iurta in particolare, vive di tutta una densa quantità di significati a partire dai componenti alle procedure di montaggio alla sua “messa in opera”.
Talmente denso che non può divenire “idea” con tutto questo carico che la lega ad una precisa realtà storica e antropologica.
L’operazione sta proprio nell’alleggerire il “carico”, focalizzando il significato o i significati nelle varie componenti spezzando la linea di continuità che è anche legame.
La “messa in scena “ dei dettagli, o della parte, ha il valore di processo di astrazione e ricomposizione, ma non è escluso che abbia anche un valore di maggior penetrazione nel significato originario.
In questo modo il viaggio della struttura,della forma,di quella intuizione, diventa “i viaggi”, gli infiniti viaggi possibili e percorribili a seconda del punto di vita o della parte scelta.
Non si intenda che in questo modo si perde l’unità, anzi… il processo verso l’unità viene approfondito attraverso la focalità delle parti, focalità che si diluisce se la riflessione parte da troppi elementi insieme.
Quindi nella relazione percorrere il punto di vista del racconto, della esperienza geografica e “operativa”, dell’approfondimento culturale e sociologico creano una conoscenza circolare se messe in dialogo con “l’astrazione” per cui la storia diviene “teatro” e come teatro parla di se stessa con ancora più forza.

Perché Nomadizziamoci!

di Syusy Blady

La yurta, la casa tenda dei nomadi dell’Asia, non è un puro oggetto, prescinde dalla sua realizzazione pratica; non è il cerchio, non le aste non le pareti a pantografo che costituiscono la sua struttura, non è la sua copertura fatta di lana di feltro, non è solo questo: è un’IDEA.
Un oggetto dal quale trarre un insegnamento.
Ma, nonostante per me abbia tutto questo significato “Il 90 per cento della popolazione mongola abitaancora nelle yurta!” mi ha detto la sindaca di Karacorum (in Mongolia), mostrandomi il progetto della nuova città di cemento: dunque la yurta sarebbe contro “il progresso”. Ma allora è proprio per questo che io invece – da europea esasperata dalla vita dell’occidente – voglio abitare in una yurta.
Portarla qui vuole dire per noi renderci conto della superiorità, della essenzialità rispetto alle contraddizioni della globalizzazione che, purtroppo inevitabilmente, vince anche là dove si era conservata una tradizione virtuosa di rispetto dell’uomo nella natura.
E’ un monito per l’Occidente che con ipocrisia fa le piste ciclabili in un contesto urbano distrutto e degradato.
Il ciclo, della ruota di bicicletta e della ruota della yurta così come delle spirali tessute sui tappeti di tradizione asiatica ancora sciamanica, ci restituisce il senso da cui ripartire.
E noi ripartiamo dall’UNO.
L’ecosostenibilità non ha inventato nulla, e non arriverà a nulla se non saprà riprendere contatto con l’ UNO.
Ci siamo riempiti gli occhi d’immagini spazzatura o di false immagini “pulite” e abbiamo confuso l’informazione simbolica che è stata conservata soprattutto dai nomadi dell’Asia per millenni.
E’ ora di prepararci ad un arcaico futuro, altrimenti il futuro sarà semplicemente vecchio.

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