Nomadizziamoci

Tappeti come trama

Un viaggio sulle tracce della misteriosa via della seta, via di commerci e di misteri.  L’Asia Centrale mi affascina e mi affascina il mistero racchiuso nel linguaggio dei tappeti, l’arte dell’ago che da sempre è prerogativa delle donne…

Syusy

Le forme rivelano il senso profondo e lo spiegano, poiché non tutti colgono il senso né vedono la bellezza davanti ai propri occhi. La forma vede la forma e l’anima vede l’anima. È dunque necessario rivestire di una forma il senso affinché quelli che conoscono solo la forma scoprano l’esistenza del senso e credano un poco in tal senso.

Aykan Begendi 

Syusy: Venti anni di viaggi sono un patrimonio di immagini e ragionamenti ai quali sono stata costretta (e ne sono ben felice!) dal lungo lavoro di Turisti per Caso. Sono andata in 40 paesi, non per caso, e mi sono fatta molte domande trovando anche qualche risposta raccolta sul campo, non solo su internet. Ore ed ore di vita vissuta e filmata in viaggio. Sono come il replicante di Blade Runner: ho visto cose che voi umani… e tutto questo non andrà perduto come polvere al vento… voglio che rimanga, che venga conservato e mostrato. Come? Ho trovato un modo e un senso profondo. Come le mani di donne dell’Asia centrale con il loro lavoro hanno conservato nella trama dei tappeti simboli arcaici preislamici provenienti da lontano, forse dal paleolitico come ci ha mostrato la Ghimbutas, spirali, dee madri ecc… così io nella trama e nell’ordito dell’immagine televisiva fatta di pixel intrecciati come i tappeti, conservo le cerimonie, i volti, il senso di viaggi per il mondo di luoghi da non perdere…

Tappeti come l’incrocio di trama e ordito, come i pixel dell’immagine televisiva

Tratto da:

“Traditional textiles of Central Asia”

Il tappeto, e il tessuto (nel senso del tessere) in Asia (cioè nel vasto territorio che va dall’Iran alla Cina) è oggetto d’arte sottoposto ad analisi e stimolo intellettual-estetico così come lo è l’arte in Occidente. Questi tappeti non sono quelli floreali che risentono della sovrastruttura culturale di una religione moderna come l’islam, ma sono pieni di forme perfettamente arcaiche, conservate così da tempi lontani, appartenenti all’animismo e reinventate con variazioni sempre nuove da mani e occhi di donne. Sono così arcaici che innescano meccanismi comparativi con l’arte contemporanea la quale si sa ha sempre attinto dal cosiddetto “primitivo”. Ma cosa è”primitivo”? Ciò che non è sviluppato secondo i parametri che noi abbiamo stabilito.

Il non appartenente al cosiddetto sviluppo globalizzato diventa prezioso e istruttivo per noi che ne abbiamo bisogno come dell’acqua da bere, noi che ci siamo abituati a vivere in un mondo brutto che non ci piace, noi che veniamo qualificati “consumatori”, felici di avere questo o quest’altro avendo stabilito, il “pil”, che l’indice di felicità si fonda su un benessere che è fatto di cose prima che di leggerezza di cuore.

Decorare una superficie chiara di stoffa soddisfa l’istinto creativo, ciò è evidente soprattutto in Asia Centrale, dove l’abilità nel ricamo è intrinseca alla cultura e dove i motivi e i colori sono diversi a seconda delle origini etniche delle ricamatrici. Una donna, sia che viva in un villaggio che in una tenda nomade, gode di prestigio a seconda delle sue abilità e della quantità dei suoi ricami. Quest’arte è appresa dalle ragazze fin dall’infanzia, trasmessa dalle madri e dalle donne della famiglia. In una società in cui la figura femminile è valutata soprattutto come moglie e governante della casa, il ricamo non attesta solo la sua abilità e il suo impegno, ma anche il piacere dell’espressione personale e della creatività individuale.

Tale creatività è evidente nell’abbondanza di superfici ricamate che circondano la vita quotidiana. Perfino i vestiti e i tessuti più funzionali sono decorati: i paramenti che coprono le tende o i muri di fango, i cuscini, le coperte per le culle e per i letti, i tappeti e le borse. Perfino le imbracature per gli animali sono ricamate, gli scialli e i veli per coprire il capo delle donne, i bustini e le tuniche, i polsini e le maniche, le cavigliere e certamente gli orli delle gonne. Molti indumenti sono inoltre abbelliti da amuleti, perline, dischetti metallici, bottoni e cerniere. Spesso, agli ospiti viene addirittura offerto un pezzo di tela ricamata come segno di amicizia, o come talismano portafortuna per il viaggio. Nella loro abbondanza, come i fiori in primavera, i ricami portano una stravaganza vitale e colorata in un modo di vivere che risponde a un alto grado di conformità.

Il ricamo è il solo artigianato femminile che preserva i motivi tradizionali della tribù. Soprattutto presso il pastoralismo nomade, questi motivi sono largamente basati sui tradizionali simboli dello sciamanismo e delle forme naturali. I simboli dell’islam e delle forme d’arte “straniere” sono più evidenti nei disegni dei ricami urbani. Sebbene esista una forte individualità tribale nel tipo di punto usato, che in gran parte detta lo stile del modello da libero a geometrico, molti modelli sembrano aver subito cambiamenti impercettibili durante i secoli. Nella tessitura poi vengono impiegati tutti i tipi di filo: quello metallico nelle botteghe urbane, quello di lana, di cotone e di seta.

Possiamo riconoscere alcuni articoli tradizionali come tipici per una specifica area tribale: un esempio è il “chypry” delle donne del Turkmenistan, un mantello con lunghe maniche di vestigio, indossato sopra le spalle o sulla testa. Questo varia di colore a seconda dell’età di chi lo indossa: blu scuro o nero per le più giovani, giallo per le signore di mezza età e bianco per le matriarche. Il tessuto esterno è sempre abbondantemente ricamato con disegni floreali stilizzati, tra i quali predominano i tulipani. I ricami della tribù dei Lakai, poi, sono unici nello stile: i loro motivi primitivi, dinamici e asimmetrici sembrano galleggiare sul tessuto di sfondo. I disegni hanno l’aspetto arcaico dello stile animale dell’antica arte nomade. Gli Uzbechi, i Sart e i Tadjiksedentari, applicano invece i loro ricami a una gamma di oggetti cerimoniali. I più importanti sono i “bolim posh”, dei baldacchini riccamente impreziositi da motivi simbolici di fertilità e fortuna, tenuti sugli sposi durante le cerimonie nuziali. Una forma d’arte molto particolare è quella dei Suzani: dei ricami usati come grandi tendaggi per separare le alcove per dormire, oppure come coperte. Provengono da un’ampia area che comprende l’Uzbekistan, tradizionalmente facevano parte della dote delle giovani. Il disegno compariva da quattro o sei sottili strisce di cotone intessuto, ognuna delle quali era data a una diversa ricamatrice della famiglia, per poi cucirle tutte insieme. Questo spiega il leggero disallineamento dei disegni che spesso risulta come effetto finale.I ricami metallici, “zardosi”, erano prodotti invece in laboratori, soprattutto a Bokhara, dove intere aree della città erano consegnate a consorzi di lavoratori che abbellivano i tessuti della casa dell’emiro. I ricamatori erano esclusivamente uomini, perché c’era la superstizione che le donne annerissero il filo metallico. Quadrati di feltro, lana, cotone o seta ricamati in filo metallico, con i quattro angoli ripiegati verso il centro a formare una borsa, servivano a custodire il Corano.

Il kilim

di Aykan Begendi

Il kilim anatomico è una espressione che risale a circa novemila anni fa e poi proseguita per centinaia di generazioni, ad opera delle donne, senza soluzione di continuità. Fino al nostro tempo il kilim si è trasmesso di madre in figlia scandendo i secoli lungo il precorso della storia.

Il kilim è una tradizione misteriosa ancora difficile in gran parte da decifrare. Essa richiede la decodificazione dei simboli e la comprensione del loro significato più profondo. Lo studio del kililm presuppone una ricerca lungo l’intera storia dell’umanità nei propri risvolti psicologici, religiosi, alchemici e psicoanalitici. Una ricerca molto complessa portata avanti da pochi. I gesti e i segni hanno significati latenti spesso ignorati anche da coloro che li compiono e li creano, comunicando in questo modo sentimenti e valori senza la mediazione della coscienza. Così, per secoli e millenni, le donne anatomiche hanno tessuto forme sempre uguali, disegni geometrici e figure stilizzate trasmettendo in silenzio e senza averne l’intenzione una cultura femminile.

Nell’epoca neolitica, cioè nell’infanzia dell’umanità, quando nacque il kilim, le immagini affioravano spontaneamente dal mondo interiore parlando dei suoi eterni protagonisti: l’amore, la vita, la morte, il potere. Nelle forme decorative sempre uguali del kilim è dunque possibile rintracciare una comunicazione che ci giunge da culture lontane a spiegare le intuizioni, i pensieri e i sentimenti attraverso le testimonianze più antiche della scrittura. Quel tappeto era una presenza amica che proteggeva dal vento, dalla sabbia e che serviva da mensa e da letto; inoltre il tappeto fungeva da spazio sociale per discutere e chiacchierare o da culla per i bambini, oltre che da custodia per gli oggetti e da luogo per la preghiera.

Nelle civiltà più antiche non c’era differenza tra gli oggetti d’uso comune e quelli d’utilizzo culturale: i kilim adempivano anch’essi ad entrambe le funzioni e, tessuti dalle donne, entravano a far parte del corredo. Per concludere, la connessione tra kilim e attività femminile non dipende soltanto da elementi sociologici e storici ma anche da legami simbolici e religiosi.

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