Misteri per Caso/Popoli del Mare

Haou Nebout: i Popoli del Mare al Sal8

MARTEDI’ 10 MARZO alle ORE 19 al Sal8 di Syusy in Via S. Stefano n° 13

incontro con gli autori di

Haou Nebout, i Popoli del Mare 

Haou Nebou In occasione dell’uscita del loro nuovo libro ho chiesto all’amico Widmer e ad Antonella di tracciare un riassunto per arrivare a parlare dei Popoli del Mare, dei Pelasgi e dell’Haou-Nebout, il misterioso luogo d’origine delle genti che in vari momenti della nostra storia hanno occupato e creato le civiltà del Mediterraneo.

L’argomento è non nuovo ma trascurato nell’ambito storico, forse perché controverso. Con questo libro si gettano le basi teoriche per potere riconsiderare il tutto e trovare risposte più soddisfacenti .

Dal canto mio la mia esperienza come velista (cioè come persona che ha navigato in diversi mari più che come… tecnica della vela!) mi ha portato a fare considerazioni che la gente di terra normalmente non fa: la terra è più difficile da percorrere del mare.

Malgrado il mare possa fare paura ai non naviganti è una grande autostrada dove non ci sono confini politici e dove molte terre possono apparire come un’unica terra.

In questa unica terra questa estate nel viaggio di Adriatica fra Sardegna, Lazio, Calabria e Puglia, passando per il Canale di Corinto, Lepanto Atene, Egina, Tirinto e Micene, ho avuto modo di vedere ovunque enormi mura poligonali megalitiche molto simili tra loro messe in luoghi strategici.

Ho capito anche che il Partenone non crolla (cosa che ha incuriosito i giapponesi, che lo stanno studiando) proprio perché ha alla sua base mura poligonali.

Attraverso questo viaggo sulle coste mediterranee mi è sembrato lampante che questa civiltà megalitica abbia la stessa origine. Resta da vedere da dove venivano.

Felice Vinci, che sarà nostro ospite la serata di presentazione del libro Haou-Nebout. I Popoli del Mare di Widmer Berni e Antonella Chiappelli martedì 10 Marzo alle 19, sostiene che le vicende narrate da Omero ebbero la loro vera origine nel Baltico.

I nostri autori, come dicevano gli Egizi, parlano di un luogo “impelagato”: l’Haou-Nebout, appunto. Alberto Majrani autore del libro Ulisse, Nessuno, Filottete ci mostrerà le vere Colonne d’Ercole che si trovano in Scozia. Sono veramente felice di ospitare al Sal8 un incontro sul libro che qui di seguito viene presentato dagli stessi autori.

Syusy Blady 

Da Haou-Nebout, i Popoli del Mare di Widmer Berni e Antonella Chiappelli:

L’ORIGINE 

Il prof. C. Renfrew di Cambridge già dall’inizio degli anni ’80 riconosceva con un coraggioso atto di onestà intellettuale che la preistoria per come ci è stata raccontata sui libri di testo non è più attendibile né ad oggi siamo stati supportati da nuove ipotesi basate su solidi presupposti.

La grande crisi fu innescata dalle datazioni al radio carbonio iniziate negli anni ’60 che fornirono date impensabili per la civiltà Megalitica- Atlantica che si poneva cronologicamente precedente di diversi secoli rispetto alle civiltà egizia, sumera, minoica, indiana etc… . Crolla quindi il mito dell’Ex Oriente Lux. Se a ciò aggiungiamo che anche la teoria sull’origine degli Indoeuropei è oggi fortemente criticata tanto da farne nascere di nuove, il quadro generale della nostra preistoria e sull’origine della nostra civiltà sprofonda in un pelago donde sembra impossibile venirne a capo. Alla radice di tali interpretazioni si è necessariamente creato un grave errore d’approccio alle problematiche che coinvolge anche la nascita della Rivoluzione Neolitica.

Che il Neolitico sia nato nella Mezzaluna fertile attorno o poco prima il 9000 a.C. non è più sostenibile.

Si tratta del passo più lungo compiuto dall’uomo nella sua intera Storia. Da cacciatore-raccoglitore, e cioè predatore, del territorio diventa produttore di cibo in grado di accumulare e conservare derrate tali da scongiurare fame e carestia. La vita diviene sedentaria e i gruppi si accrescono a formare operosi villaggi. Esiste un enorme problema però da chiarire! Non possediamo nessun sito in cui sia possibile evidenziare una fase di transizione, in altri termini in nessun luogo dove comparirà il Neolitico è possibile evidenziare anche minimi passi da parte dei Mesolitici verso un’economia di produzione. Sino a una trentina di anni fa ci si aspettava che qualche fortunato archeologo portasse alla luce quel nucleo promotore di quell’economia produttiva che diede il via alla civiltà umana. Si riteneva unanimemente che da qualche parte nella Mezzaluna fertile alcuni mesolitici, stimolati dalla diminuzione delle risorse naturali a seguito del disastro ecologico del 10.000 a.C., avessero intrapreso fortunosamente la strada verso l’agricoltura (poi l’allevamento) e che in tempi piuttosto brevi fossero approdati a codificare gli elementi necessari ad una produzione garantita. In parole semplici, si era in attesa di scoprire l’anello di congiunzione fra Neolitici e Mesolitici così distanti tra loro.

A questo scopo venne coniato il nuovo termine “natufiano” con cui si definivano quei mesolitici sui cui territori si compirà la Rivoluzione Neolitica. Oggi possediamo però la certezza che in nessun luogo la popolazione natufiana ha mai intrapreso passi concreti verso un’economia produttiva rimanendo saldamente ancorati all’orizzonte mesolitico. Sappiamo altresì che la reazione natufiana alla diminuzione delle risorse causata soprattutto dall’estinzione improvvisa della pressoché totalità dei grandi mammiferi, prede di elezione dei cacciatori paleolitici, fu quella di allargare la commestibilità a prede di piccola taglia non considerate in precedenza, nonché quella di esasperare la predazione del territorio. Ciò obbligava i Mesolitici a vivere in gruppi di non più di trenta individui costretti ad un continuo vagabondare per il rapido esaurimento a cui andava incontro il territorio.

L’archeologia ha individuato numerosi siti che sfiorano la soglia del 9500 a.C., ma anche in quei luoghi ed in tempi tanto remoti i Neolitici appaiono già completamente padroni delle conoscenze necessarie a sviluppare un’efficace tecnica di agricoltura tanto da avvalersi fin da queste prime fasi di sementi modificate geneticamente rispetto ai corrispettivi selvatici. Cosa pensare poi dell’improvvisa presenza di animali domestici? Possiamo veramente credere che modificazioni osteo-scheletriche macroscopiche, come un numero minore di costole, siano processi biologicamente raggiungibili in pochi secoli di segregazione coatta? La diversità tra la razza selvaggia e l’animale domestico è di tale entità che il percorso per raggiungere un tale risultato non può che fare retrodatare di molto l’inizio dei processi di addomesticamento e allevamento animale. Non sono i Mesolitici a trasformarsi ma i Neolitici si sovrappongono a questi già del tutto “armati” della loro conoscenza e lo studio dei resti umani lo dimostra incontestabilmente: si tratta di razze umane completamente diverse.

RIVOLUZIONE NEOLITICA

Com’è possibile tenere celata una verità tanto fragorosa? I Neolitici del 9500 a.C. non erano agricoltori alle prime armi, bensì rappresentavano il punto di arrivo di processi e acquisizioni secolari che quindi farebbero oltrepassare di secoli quel momento di trasmutazione del pianeta attorno al 10.000 a.C. che causò la fine del Pleistocene, dell’Era Glaciale, del Paleolitico. Se di un grande diluvio quasi tutta l’umanità conserva memoria attraverso mito e leggenda, il disastro che determinò l’estinzione di innumerevoli razze animali ed innalzare gli oceani da 100 a 200 metri circa cambiando totalmente l’immagine del pianeta, può a ragione essere considerato il Diluvio Universale dei miti. I Neolitici andrebbero quindi considerati prediluviani scampati al disastro. A questo proposito non è banale sottolineare che la tradizione è univoca sul fatto che l’uomo sopravvisse grazie ad imbarcazioni.

Si tratta di una visione che cambia radicalmente l’interpretazione su come la nostra civiltà sia progredita. Se teniamo conto che nei seguenti millenni il Neolitico si diffonderà dal mare all’intero bacino del Mediterraneo con in più la prova certa di un passaggio di Neolitici a Cipro verso il 9000 a.C. nonché l’ampio utilizzo dell’ossidiana dell’isola di Melo che raggiunse luoghi lontanissimi in tempi estremamente remoti, siamo fortemente incoraggiati a formulare l’ipotesi che fin dalla loro comparsa i Neolitici fossero in grado di solcare tratti di mare aperto di centinaia di chilometri come nel caso di Cipro.

Anche la civiltà megalitica-atlantica, come si riconosce unanimemente, una diffusione marittima. La presenza dei grandi liti in isole come le Orcadi dimostrano una capacità di navigare in mari considerati a tutt’oggi infidi e tempestosi. Dal sud del Marocco fino agli estremi della Scandinavia le coste atlantiche sono occupate da un popolo che appartiene ad una vera koinè atlantica senza però che il nucleo generatore di una tale civiltà si sia reso manifesto.

3.500 a.C. I PELASGI

Se il 3.300 a.C. viene considerato come un momento cruciale della nascita della civiltà egizia e sumera già nel 3500 a.C. in Egeo, a Lemno, erano giunti altri audaci navigatori che grazie al segreto dello stagno furono in grado di produrre il bronzo causando la fine dell’Era calcolitica. Costoro erano chiamati dai Greci classici Pelasgi. Per Tucidide furono loro ad imporre i nomi ai luoghi che furono poi abitati dai Greci. Per Dionigi di Alicarnasso anche la pressoché totalità dei primitivi abitanti della penisola italiana erano Pelasgi, alcuni giunti da un indeterminato lontano pelago, altri provenienti da precedenti insediamenti egei. La provenienza dei Pelasgi, veri zingari del mare, risulta del tutto ignota anche se il possesso dello stagno di origine atlantica non può certo essere sottovalutato. È il “megaron” la caratteristica architettonica che dopo Poliochni a Lemno vediamo insorgere a Troia 1 verso il 3.300 a.C. e poi diffondersi a tutta l’area costiera dell’odierna Turchia fino alla Cilicia. La loro lingua chiamata luvio accompagna la diffusione pelasgica e Creta minoica non ne è certo esclusa. Molti eminenti studiosi riconoscono infatti come luvia la lineare A. il luvio riveste un’importanza eccezionale a dispetto del fatto che sia così poco noto ai più. Si tratta infatti del primo linguaggio indoeuropeo a comparire nella storia.

Grandi navigatori, tecnologicamente dotati dell’innovazione del bronzo, furono anche grandi costruttori. La loro più evidente peculiarità è rappresentata dalle mura ciclopiche ad incastro poligonale. Molto famose ed ammirate sono infatti le mura pelasgiche di Micene e Tirinto, mentre sono pressoché misconosciute quelle presenti in Italia nonostante la spettacolarità, l’imponenza e conservazione che le rendono superiori a qualsiasi paragone. Tale eccezionale stato di conservazione è dovuta all’efficacia antisismica dimostrata anche sperimentalmente dagli incastri poligonali che, senza malta legante, permettono un assorbimento dinamico delle forze telluriche. Si tratta di un mondo ancora tutto da scoprire che comprende anche insediamenti individuati solo di recente come quelli calabresi. C’è anche chi, per passione e curiosità, opera a favore di una giusta divulgazione di queste arcaiche testimonianze come nel caso di Misteri per Caso condotto da Susy Blady.

L’HAOU-NEBOUT

Ora, se i Pelasgi per definizione sono Popoli del Mare, e con lo stesso diritto possono essere considerati come tali i Megalitici e gli stessi Neolitici, è inevitabile chiedersi da quale lontano orizzonte marino provenissero. Gli Egizi chiamavano questo luogo Haou-Nebout. Gli inni cosmogonici, le formule universalistiche, i testi sacri e religiosi pongono l’Haou-Nebout alla radice della civiltà umana e ne parlano come di un universo di isole abitate da numerosi popoli. Posto in oceano agli estremi occidentale e settentrionale dell’Ecumene terrestre beneficiava della corrente vivificatrice del Sin-wur, il fiume Oceano. Se nelle fasi arcaiche della storia egizia l’Haou-Nebout possiede una valenza mitico-ancestrale, nei secoli a seguire acquisisce il ruolo di importante partner commerciale grazie alla straordinaria ricchezza mineraria che possiede. Si trasformerà però verso il 1700 a.C. ca. in un luogo da dove giungono popoli nemici invasori.

Fortunatamente i testi a riguardo sono copiosi soprattutto per ciò che riguarda l’ultima invasione, una vera migrazione di popoli pressoché sconosciuti che determinò lo sconvolgimento del Mediterraneo ponendo fine all’Era del Bronzo. Incredibilmente dettagliata sono i testi che riguardano la catastrofe che colpì l’Haou-Nebout causandone poi lo sprofondamento. Per gli Egizi non esistevano le invasioni indoeuropee dalle steppe ucraine, ma bensì l’invasione dal mare dei numerosi popoli Haou-Nebout di cui eminentemente facevano parte i Filistei, gli Achei cioè Greci, Etruschi, Sardi, Siculi, Lici, Dani ed altri ancora. Molti di questi popoli solo successivamente andarono ad occupare quelle regioni dove compariranno in tempi storici.

MEDINET-HABU

Gli Egizi testimoni dellla forza devastante che dovunque si è abbattuta, ci lasciano ad eterna memoria le immagini e le iscrizioni del tempio di Medinet-Habu:

I paesi stranieri ordirono un complotto nelle loro isole. La guerra si diffuse contemporaneamente in tutti i paesi e li sconvolse, e nessuno poté resistere alle loro armi a incominciare dal Khatti (regno ittita), Kode (Cilicia), Karkamish, Arsawa (regno luvio che si affacciava sull’Egeo) e Alasya (Cipro)… Un attendamento fu posto in una località di Amor (regione costiera siriana) ed essi devastarono e spopolarono quel paese come se non fosse mai esistito. Essi avanzarono verso l’Egitto con le fiamme davanti a sé. La loro confederazione era formata dai Peleset (Filistei), Tjekker (Teucri), Shekelesh (Siculi), Danu (Dani) e Weshesh (ignoti), ed essi s’impossessarono dei paesi di tutto l’orbe terrestre, con cuore risoluto e fiducioso: “il nostro piano è compiuto!

Tali sono gli argomenti affrontati nel nostro Haou- Nebout, i Popoli del mare

Wildmer Berni, Antonella Chiappelli 

  • Wildmer Berni: alterna l’interesse e lo studio di antiche civiltà e di numismatica, alla specializzazione in Dermatologia e Venerologia.
  • Antonella Chiappelli: nata ad Ankara, è laureata in Lingue e Letterature Straniere e Moderne. Si occupa prevalentemente di progetti a favore dell’intercultura e dell’integrazione di famiglie straniere nel nostro Paese.
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